Perché così tanti italiani sono poveri anche se hanno un lavoro?

Perché così tanti italiani sono poveri anche se hanno un lavoro?

Sono lavoratori volenterosi ma sanno che non arriveranno a fine mese: l’ultima indagine dell’Eurostat parla di una categoria tutta nuova che un esperto di diritto del lavoro cerca di spiegarci.

Si dice da molto tempo, forse da sempre, ce lo chiediamo da ancora prima: perché in Italia gli stipendi sono bassi? Sì, fra i più bassi d’Europa. Guadagno troppo poco è una delle considerazioni più frequenti fra quasi tutti quelli che la mattina si alzano e vanno a lavorare. A volte si dice solo come un tormentone retorico, anche se lo stipendio è adeguatoma lo riteniamo troppo basso per le nostre qualità. A volte, invece, si dice perché è vero. Per fare un esempio, se due persone fanno lo stesso mestiere in Italia e in Germania, la seconda si trova in busta paga una somma più alta in una percentuale che va dal 30 al 70%. Ma questo non è un mistero, gli italiani hanno sempre emigrato, un tempo in cerca di un lavoro che non c’era e oggi, più spesso, per ottenere guadagni migliori, quelli adeguati alle proprie competenze, dando spesso vita alla fuga di cervelli. E quelli che rimangono in patria, che per tanti motivi non se la sentono di andare via, o non possono, come se la cavano?

È il topic di People at risk of poverty et social exclusion, un censimento realizzato da Eurostat, la banca dati della Commissione europea, i cui risultati sono stati resi noti in questi giorni. E da cui arriva la conferma che in alcuni Stati dell’Unione Europea, quattro, per la precisione, ci sono molti lavoratori che pur non essendo disoccupati vivono quasi in povertà. Questi quattro paesi sono Romania, Spagna (chi lo avrebbe mai detto, quando 15 anni fa tutti si spostavano lì?) Grecia e Italia. In Italia sarebbero il 12,2% e la cifra è in costante e lenta crescita, rispetto agli anni passati. Oggi quindi l’Italia è ormai divisa fra diverse fasce di persone che pur lavorando seriamente e con lo stesso impegno guadagnano molto meno di amici, parenti e conoscenti che fanno lo stesso mestiere. Una volta, infatti, il divario era solo fra chi lavora e chi no. Cosa è successo?

Intanto, molto spesso il divario è fra vecchi e nuovi contrattualizzati. Da qualche anno a questa parte è facile vedere, nella stessa azienda, due senior con stipendi abissalmente diversi perché uno è stato assunto 20 anni fa e mantiene i suoi diritti mentre all’altro, venendo da un’altra azienda che ha chiuso, pure avendo parità di competenze è stato chiesto di ricominciare da capo, con uno stipendio da principiante e spesso con contratto precario. Alla base di tutto, quindi, ci sono i contratti, si è creata un’atmosfera tale per cui pur di avere un lavoro si è accettato qualsiasi trattamento, forse sperando in miglioramenti nel futuro. Invece si è creato solo un precedente dal quale ora è difficile uscire.

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“L’economia globalizzata, l’innovazione tecnologica, la disgregazione sociale ormai sono ciò con cui la forza lavoro si deve confrontare, e l’impatto è enorme, inaudito”, cerca di spiegarci nel modo più semplice possibile Giuseppe Colucci, esperto in diritto del lavoro, pubblico impiego e presidente dell’associazione Labor Network. “Il risultato di tutto questo, nella vita reale, è stato l’aumento del lavoro nero, del caporalato, del lavoro precario. E si riserva poco spazio e attenzione al lavoro autonomo e parasubordinato che potrebbero essere la forma di lavoro adeguata per le nuove piattaforme tecnologiche”. Il lavoro parasubordinato, per chi non lo sa, è una via di mezzo fra il lavoro autonomo e quello subordinato, ovvero: il lavoratore si impegna a compiere un’opera o un servizio per un committente senza vincoli di subordinazione, proprio come il lavoratore autonomo, ma con i benefici delle prestazioni e delle tutele tipiche dei lavoratori subordinati, come assegni familiari, l’indennità di malattia, maternità, infortuni.

“A proposito della gig e sharing economy”, spiega ancora l’avvocato Colucci, “una recente sentenza del Tribunale di Torino sul caso Foodora, oggetto di accesissima discussione, ha stabilito – testualmente – che i ricorrenti hanno tutti sottoscritto dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa nei quali si è dato atto che ‘il collaboratore agirà in piena autonomia, senza essere soggetto ad alcun vincolo di subordinazione’. Per il tribunale già solo questo elemento, ovvero la sottoscrizione di contratti di lavoro, basterebbe a dimostrare che i fattorini erano lavoratori autonomi, essendo anche preventivamente concordata la coordinazione del rapporto di lavoro in base all’art. 409 c.p.c.”.

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Il che, in poche parole, significa che: “i ricorrenti non avevano l’obbligo di effettuare la prestazione lavorativa e il datore di lavoro non aveva l’obbligo di riceverla. I lavoratori ‘potevano dare la propria disponibilità per uno dei turni indicati da Foodora, ma non erano obbligati a farlo’, e ‘a sua volta Foodora poteva accettare la disponibilità’ di coprire un turno, come non farlo. Per i giudici questa circostanza esclude che i lavoratori fossero sottoposti ‘al potere direttivo e organizzativo del datore di lavoro’, che è uno degli elementi per riconoscere un rapporto di subordinazione”. In pratica, è tutto regolare, legale, ma disagevole. Una materia non facile da trattare. “I lavoratori hanno contestato che Foodora desse loro ‘direttive tecniche dettagliate’, dal decidere punto di partenza e orario del turno a verificare che attivassero il profilo sull’applicazione interna dei lavoratori, da richiamare chi tardasse ad accettare un ordine a monitorarne la produttività. Ma per i giudici è ‘un elemento irrilevante’ il fatto che i fattorini non potessero rifiutare la consegna perché c’era soltanto un tasto per accettare l’ordine che, se non veniva premuto, continuava a suonare”. Nelle motivazioni si legge quindi che “si tratta di un problema di “coordinamento” (e non di subordinazione) perché l’azienda ha la necessità di effettuare le consegne in un ristretto periodo di tempo”, quindi occorre “sapere se il rider accetta o meno l’ordine”.

“Il problema fondamentale”, conclude l’avvocato “è che questa forma di lavoro autonomo, a oggi, è sprovvista di adeguate tutele e garanzie rispetto al lavoro subordinato, si pone poca attenzione al lavoro autonomo, sacrificandone l’importanza nel nuovo contesto economico. L’aumento della precarietà, instabilità, insicurezza del lavoro, in generale, porta a situazioni di sfiducia, delusione, accettazione di ogni cosa, scarsa qualità del lavoro ed emarginazione sociale”. Come difendersi, allora, se si accettano i primi imipeghi o si sta cambiando lavoro? “Ai lettori di MarieClaire.it direi che se non si sentono giustamente retribuiti possono sempre tutelare e difendere i loro diritti rivolgendosi a un avvocato esperto del settore”, consiglia l’avvocato Colucci. “Tuttavia, ripeto, accade spesso che molti lavoratori pur di mantenere l’occupazione accettino passivamente gli abusi del proprio datore di lavoro. È necessario regolamentare soprattutto le forme di lavoro utilizzate dalle nuove piattaforme tecnologiche, bilanciando i diritti e gli obblighi dei lavoratori e datori di lavoro. Ma è importante, però, che anche i datori di lavoro abbiano un margine di flessibilità per poter assumere e aumentare l’occupazione. O si rischia che il risultato finale sia il passaggio dal lavoro precario indegno alla totale disoccupazione”.

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